In attesa di una nuova alba

 

 

Nell'orizzonte sul mare

 

Il campanello suona con insistenza, sto ancora in pigiama in una giornata che porta il primo fiato d'autunno.

«Posta da firmareeee», strilla il postino impaziente. Mi butto una felpa sulle spalle e scendo di corsa. «Raccomandata», il cuore accelera.

È intestata a me. Salgo le scale lentamente, apro la busta con le mani che tremano.

Prova superata con esito favorevole. Tutto si tinge di giallo.

Ho letto e riletto la comunicazione che mi fissava la data d'inizio dei sei mesi di prova: un contratto a tempo i n d e t e r m i n a t o.

Fisioterapista. Il primo lavoro vero. Una busta paga, dei soldi miei.

Uscire di casa ora, ora che quei due hanno deciso di lasciarsi perché pensano che adesso sono abbastanza grande. Grande per capire. Grande per sottrarmi alle loro rivendicazioni sotterranee.

Un impiego per quello che ho studiato in un centro di eccellenza, basta serate in pizzeria e nottate ai centralini per racimolare qualche euro.

Quell'annuncio è un sole che entra.

Mia madre e mio padre arrivano in stazione trafelati, come si rendessero conto solo in quel momento che sono lì con una valigia, con i miei dispiaceri, con la soddisfazione di un posto conquistato.

Treno. Vaporetto. Autobus.

Un viaggio lunghissimo dentro una coltre bianca di lana spinosa.

L'acqua, la nebbia, una striscia di terra che separa la laguna dal mare, un paesaggio che non conosco. L'umidità che sega le ossa, la divisa immacolata che mi aspetta e una stanza anonima verdina.

La palestra è grande e luminosa e si affaccia sulla linea dell'acqua, tutto sembra cristallo.

Mi affidano cinque pazienti in riabilitazione. Ictus. Ictus. Aneurisma. Incedente stradale. Incidente. Le cartelle cliniche sono piene di parole – formiche e i medici mi danno indicazioni su come procedere.

Inizio il mio lavoro con quei corpi offesi. Posizioni, esercizi, capacità residue su cui contare.

Ho imparato i loro nomi, prima di ogni seduta mi preparo.

Evito il contatto con gli occhi, non sono ancora capace di affrontare i loro dispiaceri, i pensieri muti, mi sento a disagio, nonostante il calore delle mani.

Ogni sera studio come migliorare.

Il mio cruccio è Lisa la mascotte del reparto: diciassette anni, un caschetto di riccioli arancio e una lesione midollare per un tuffo sbagliato da un pontile. Lei in palestra arriva cantando, sul suo mezzo gommato, non c'è verso di iniziare gli esercizi se prima non mi sommerge di domande: «ce l'hai una fidanzata? Potrò tornare a ballare? E a sciare?...» Mi tengo vago con le parole e le promesse.

Tratto le sue gambe con attenzione e puntiglio, ma mi sembra di maneggiare gli arti di un burattino di legno.

Le giornate si sono fatte corte, il freddo pungente e salino contrasta con l'aria calda e stagnante dell'ospedale. Gli animatori, insieme ai pazienti, hanno iniziato ad addobbare i reparti per le feste. Angioletti di vetro e millepiedi dorati. Segni di un tempo che cambia nel filo corto di dicembre.

Da casa iniziano le telefonate per il programma giorni consacrati, «allora, la vigilia con la mamma dai nonni, Natale pranzo al ristorante con tuo padre, Santo Stefano dagli altri nonni».

Una ruota di abitudini senza orizzonte.

Fanno finta che il nostro presepe non sia saltato in aria e che io abbia ancora dieci anni. Mi salvo dicendo che in ospedale sono l'ultimo arrivato e che vedrò i turni, durante le feste ci sono pochi mezzi... e forse non vale la pena rientrare per due giorni. Sono in prova.

Vorrei tornare. Vorrei restare.

L'idea di una casa smembrata mi fa tener cara la stanza asettica in cui dormo.

È una giornata celeste, le enormi vetrate si punteggiano di neve spinta dal vento. Il silenzio della palestra è rotto da «...Ohhh» di meraviglia.

Uno scoppio di coriandoli bianchi sul mare, una magia che dà respiro a tanta sofferenza in lotta.

Lisa guarda fuori e i suoi occhi diventano gelatina. Oggi non parla.

Facciamo gli esercizi in silenzio. Sono passati tre mesi. Io penso a casa, alla famiglia che eravamo, alle speranze che vorrei.

Ho appena riaccompagnato le sue gambe sul tappetino come un vestito da sposa da appoggiare sul letto. È un attimo, il suo piede sinistro fa un leggero movimento. Sussulto.

Non può essere un riflesso. Guardo Lisa, lei allunga la testa. Vedo nuovamente le sue dita sforbiciare. Ci abbracciamo dell'impossibile diventato possibile.

«Tanta fatica non è stata vana...». Lei fissa incredula il suo piede che riceve il comando di muoversi. Singhiozza e ride. Si avvicinano anche gli altri fisioterapisti e poi gli infermieri e la caposala corre dal primario. Il reparto si anima con questa notizia di una speranza avverata.

Lisa prende il cellulare «mamma un piede ha iniziato a muoversi...». Si dimena dalla gioia.

Con questo pensiero, finito il turno, accendo il computer cerco l'indirizzo di un locale carino in isola. Poi chiamo prima mia madre e poi mio padre, li invito a vedere dove lavoro e poi a pranzo insieme. L'orizzonte sul mare rischiara. Una piccola cometa stasera parte da qui.

 

Natale 2018

Monique Pistolato