Luminosi Giorni

Intervista a Monique Pistolato per Luminosi giorni curata da Michela Manente

Scrittori, ma anche musicisti, intellettuali e studiosi che da Venezia e dal Veneto parlano al mondo hanno un merito che va riconosciuto. Quello di essere dei protagonisti, portatori di novità, da qui, vivendo qui e soprattutto producendo qui. Ti senti portatore di questa centralità veneziana e veneta nella produzione culturale della città e della regione? Dalle finestre della stanza in cui scrivo vedo le ciminiere di porto Marghera, le gru di Fincantieri, le teste degli alberi del parco di San Giuliano, la laguna dove i fiati delle grandi navi disegnano il cielo sull’orizzonte del campanile di San Marco. Da questo nido urbano ogni giorno trovo nutrimento per lo sguardo e i pensieri in uno scenario che cambia. Così i miei personaggi vivono le estati moleste in pianura con zanzare e umidità zuccherina. L’aria tersa di tramontana e il sole di vetro algido. Le sirene del fine e inizio turno degli operai. L’acqua alta. L’asfalto rovente dell’autostrada che va verso est. Si misurano con le fatiche del lavoro della terra e le lotte nei capannoni in periferia. Con i segreti delle valli. Gustano baccalà, prosecco e radicchio... Le loro esistenze si inseriscono in un paesaggio che ogni volta è un pezzetto di mosaico di questo territorio. Ecco, nelle storie delle donne e uomini che racconto mi sento portatrice di un’impronta: un’atmosfera, un particolare, un profumo, che lasciano il segno di un luogo che non è solo un punto geografico o un’architettura ma una mappa interiore.

Nel Veneto è possibile essere universali e locali, “glocal” ,come usa dire oggi, anche identitariamente, come riusciva ad esserlo Zanzotto che poetava al mondo anche nel suo dialetto.... ? E’ possibile non sentirsi in periferia? Attraverso voi, uomini di cultura, la si può far finita per sempre con l’immagine del Veneto “Sacrestia d’Italia” ( laddove la Sacrestia non alludeva solo alla religiosità popolare, ma anche alla perifericità del luogo)?Sono figlia di genitori emigrati a Parigi nel dopoguerra e tornati a Venezia per una nostalgia inconsolabile. Di storie, paesaggi e sapori, è stata intrisa la mia infanzia. Tra un francese approssimativo e il dialetto veneto di casa l’ancora è stato l’italiano. Le radici di isole, acqua, campagna e nebbia, le ho succhiate con il latte. Sono tornata alla “terra madre” in una Simca pastello, con una cartella sulla spalle, e un senso di appartenenza impresso nello scheletro. Quando dico sono di Venezia il mio mappamondo interno si apre: l’oasi degli Alberoni, i gelati alle Zattere, i caffé e le manifestazioni in Piazza Ferretto, le estati nelle spiagge di Jesolo e il Cavallino. I reperti industriali a Fusina, il piccolo cimitero giardino di Trivignano, le distese di limonio nelle barene tra Torcello e il canal Silone. Non esiste periferia se lo sguardo di chi narra illumina i particolari dimenticati o semplicemente gli scarti. Il filo che tesse è la parola che ricerca, che si contamina, che attinge da un’esperienza di tradizioni e storie radicati in luoghi e paesaggi con l’intento però di esplorare un mondo che è sempre e solo un tassello di un’opera più grande nell’incontro con l’altro.

Sei d’accordo con “Luminosi Giorni” che ritiene molto dannosa la drammatizzazione dei mali della Venezia storica? E che questa drammatizzazione non faccia fare un passo alla comprensione reale del reale fenomeno urbano? Che ritiene dannosa una drammatizzazione frutto di un approccio solo percettivo alla realtà urbana e non contestualizzato nella “normalità” di tutti i centri storici d'Europa?

Quando si parla di centro storico, di perdita di abitanti e di invasione di botteghe made in Taiwan, si presentano visioni della realtà sostenute dal ricordo di un tempo passato. Venezia non è sotto incantesimo, il mondo è cambiato, così anche le prospettive per la città. Tra una popolazione che invecchia e migliaia di studenti che frequentano gli atenei cittadini si possono trovare semi per prospettive nuove, non ci si può ridurre a protestare per i giovani che frequentano il locali di campo Santa Margherita la sera. È importante salvaguardare il patrimonio storico e artistico ma ci deve essere anche un’idea contemporanea di sviluppo. Mentre è consuetudine per migliaia di pendolari raggiungere il centro storico e viverlo quotidianamente più difficile è per un residente della città d’acqua attraversare il ponte e vedere nella terraferma una risorsa per sé. Propaggini di valore. Camminare, prendere il traghetto in gondola, il vaporetto, l’autobus, il treno, il tram o la macchina, avere un’idea di mobilità fertile, questo è il futuro per diventare una città europea che non vuol starsene con i suoi gioielli in naftalina.

Parafrasando e un po’ provocatoriamente ribaltando un titolo di un libro di Tiziano Scarpa, Venezia, dal ‘900 in avanti, anche sul piano identitario e quindi “culturale”, non è solo un “pesce”.Nel tuo rapporto con la città non la vedi piuttosto come un “pesce attaccato ad una corda tesa” che si protende da una terraferma che si allarga come un ventaglio ad ovest? Terraferma come settimo sestiere, diventato “un” ( e non “il”) nuovo centro cittadino, in una città sempre stata policentrica, dalle origini ad oggi ( e che non elimina i vecchi centri, ma ne aggiunge sempre uno nuovo) ? Nell’affrontare le questioni a Venezia sembra esserci sempre un’ambiguità tra un atteggiamento provinciale, cristallizzato, che vorrebbe tutto sotto casa nel raggio del proprio sestiere o isola: negozi, servizi, ospedali, silenzio ad una certa ora... e uno metropolitano che cerca di spostare le questioni in altre aeree e in altri luoghi con un pensiero di ottimizzare realtà e contesti che mutano. Da quando “quel ponte fisico” ha agganciato il pesce alla terraferma la città non è più isolata e isolana. Quel segmento è un cordone ombelicale. Lavoratori, studenti, persone in viaggio, che vanno e vengono con le loro fatiche, amori, progetti, sono linfa vitale per un centro storico che non è solamente passato e musei. Il cuore di vetro e oro, palazzi e dipinti, è solo una parte di un corpo molto più ampio che modifica il suo baricentro per vivere e crescere.

Monique Pistolato 22 gennaio 2012