Umanità in viaggio

Regionale veloce di metà mattina, condense di sudore vecchio e abiti intrisi di fumo. Per fortuna è abbastanza vuoto, posso accomodarmi nel senso di marcia e tenere la valigia accanto a me. Apro il mio libro e lascio la nebbia, la stanchezza, i pensieri, fuori dal finestrino. Sull'altro lato del corridoio un giovane con la pelle ambrata, la barba a capretta e degli improbabili calzini color cachi. Arriva il controllore brontolando: giacca sgualcita, pancia che sembra esplodere sotto la cinta dei pantaloni, il viso sciupato. La borsa gli va su e giù come un coniglio di pezza. Incolore, mi chiede il biglietto, fa lo stesso con il ragazzo e dopo averglielo reso, con un forte accento del sud, sbotta “ non ne posso più di zingari, afgani e rumeni”. Una sciabolata gratuita. Sussulto. Ma come si permette? Nello sguardo carbone del giovane un lampo di stupore dolore. Non faccio in tempo a districare le mie riflessioni di lumaca quando il controllore, nel passaggio tra un vagone e l'altro, si accascia. Mi esce un mezzo urlo, il giovane si gira e si alza di scatto dicendomi “sono uno studente di medicina dell'ultimo anno” e, mentre cerco aiuto, lui gli presta i primi soccorsi. Penso alla vendetta e al perdono. Spero che il frangente sbricioli i pregiudizi e che ci sarà un momento per scusarsi e ringraziare, per conoscersi. Scendo alla mia stazione fiduciosa.

Monique Pistolato ©