Il colore del cuore

Il colore del cuore

 

Nina era uscita dalla fabbrica lasciando sfuggire la porta e stringendo il collo della mantella per scaldarsi. Il cielo era ferroso, l'aria umida e fissa come purè. Era passata al lavoro per un saluto prima delle feste, quando il capo reparto, con un sorriso affilato, le aveva chiesto come se la fosse passata in maternità anticipata... Il tono non suonava gentile. Nonostante gli auguri affettuosi dei colleghi, l'incontro con l'uomo l'aveva disturbata. Ora, la colazione pareva risalirle lo stomaco. In auto fece un respiro fondo e bevve un sorso d'acqua. Nervosa si accese una sigaretta, la gustò piano, spegnendola dopo tre tiri. Guardandosi nello specchietto si accorse che la pancia era diventata un ingombro. Quella versione di lei, grande uovo di Pasqua, malgrado la gioia l'affaticava.

Si avviò pensosa, la campagna scorreva con sagome scure che sfilavano come ombre dietro un lenzuolo. Accese la radio, sgranando gli occhi in quel muro di caligine, quando il cellulare iniziò a trillare con insistenza, solo un attimo... dove l'aveva buttato? Qualche cosa urtò l'auto. Accostò con il cuore in gola per quel secondo di disattenzione e, guardandosi intorno, vide risalire dall'argine di un fosso un ragazzo impaurito, con la pelle carbone, che stringeva una bici malandata. Lui non fece in tempo a dire niente che Nina lo travolse «disgraziato, ti sei buttato apposta addosso all'auto, volevi i soldi dell'assicurazione? E ora chi mi paga la botta? Torna al tuo paese! Non si va per queste strade senza neanche un fanale!..». Il ragazzo indietreggiava muto, spaventato, mettendo una mano in avanti quasi a voler fermare tanta veemenza. Zoppicando, inforcò la bici, allontanandosi nella direzione opposta a Nina. Lei studiò la fiancata dell'auto, le era salita una rabbia fonda. Le mani le tremavano, sentiva freddo, la linea della strada pareva inghiottita dalla nebbia. Quando arrivò a casa, disse ad Andrea - il marito - soltanto che aveva avuto una giornata nera. Così, affogò nel calore della vasca da bagno tutti gli accadimenti.

Un vento di bora faceva tremare i vetri sottili, le luci ad intermittenza irradiavano i piedi gonfi di Nina, il bambino nuotava nella pancia come un pesce in un secchiello. Natale era alle porte, la cucina profumava di spezzatino e tra poco sarebbe diventata mamma. Stava bevendo un tè e mangiando frollini quando le acque si erano rotte. Sacca, mantella, chiavi. Corsa in ospedale con Andrea. Travaglio lunghissimo e doloroso, un'ultima spinta forte e lacerante, così era nata Eugenia.Dopo il primo vagito Nina aveva abbracciato la piccola, per poi sprofondare in un sonno sfinito. Risvegliata e colma di contentezza, si era avviata con il marito che la sorreggeva per la vita verso la nursery, toccando il bracciale che portava il numero della sua bambina. Il corridoio pastello era addobbato con qualche pallina e fili luccicanti. L'aria profumava di talco. Nina provava disagio incontrando mamme con il capo coperto e papà con l'espressione da tigri della Malesia. Quando arrivò davanti alle vetrate, dove riposavano i neonati, il suo sguardo perlustrava lo spazio per cercare la culla numero 16. La tutina gialla, in spugna morbida con farfalle ricamate, era quella che le aveva cucito sua madre, ma la bambina - quella bambina con la pelle color ruggine - non poteva essere Eugenia. Sentì il petto scoppiarle. Strinse forte il braccio al marito, facendo cenno all'infermiera dentro di sollevarla... Come un lampo, Nina si ricordò del ragazzo che aveva investito, che non aveva soccorso. Immaginò che i suoi rancori neri avessero attraversato la placenta.

«Guarda com'è bella, ti somiglia...», disse Andrea.

La piccola muoveva le gambe in aria. Nina iniziò a tremare dicendo che gliela avevano scambiata, che quella neonata così scura non poteva essere la sua. Andrea l'abbracciò, pensando ad un momento di stanchezza infinita, spiegandole che il colorito della bambina era dovuto ad un suo valore alterato del fegato. Eugenia era scura, lo sarebbe stata per un po' ma era la loro figlia - sana - così l'aveva rassicurato il dottore. «Non vedi che ha il naso a patata e gli zigomi alti come te?!», provava a rincuorarla. Le lacrime le scesero copiose. Quei bimbi ambrati, neve, caffè, nelle culle argento, si aprivano tutti al mondo brillando.

Natale 2021

                                                                  Monique Pistolato