È solo l'aurora, il mio augurio con una storia

 

È solo l'aurora

Monique Pistolato

 

 

Il vento sciabolava, sotto la fessura della porta, facendo tintinnare i vetri. La condensa, creata dal calore di una grande stufa, impediva di vedere oltre la vetrina. Mirka stava saldando le cuciture di un tutù color perla, le mani esitanti tradivano le preoccupazioni: sarebbe mai andato in scena quello spettacolo? Se lo chiedeva spezzando un filo con i denti. Per scacciare il pensiero della guerra accese la radio, concentrandosi sulle parole di una vecchia canzone, muovendo le dita abili in una scatola tra cui scegliere le decorazioni per quella creazione.

La porta si spalancò facendo entrare in un solo colpo l'inverno e il postino. L'uomo scrollò gli scarponi dal nevischio allungandole, con urgenza, una raccomandata da firmare per Vanko Romaniuk.

Mirka poggiò il cucito sul tavolo, si morse il labbro e prendendo una penna chiese «vuoi una tazza di tè?», il cuore aveva preso la rincorsa. Le guance le avvamparono, si portò una ciocca di capelli dietro l'orecchio, lisciò l'abito che indossava con agitazione. «Ti ringrazio, ma oggi ne ho più di cento da consegnare...», glielo disse sospirando, calandosi il passamontagna e sussurrandole un ultimo «buona fortuna». Mirka rimirava la busta con l'intestazione del Ministero della difesa. Sapeva già la notizia: chiamata alle armi. Il passato l'accasciò in una sedia: soprusi, scherno, emarginazione, tutto quello che aveva costruito con fatica si sbriciolava. Compose il numero del direttore del teatro, spiegandogli la situazione, c'era un'unica possibilità: tentare di partire subito con uno degli autobus che avevano accesso ai corridoi umanitari. Chiuse il negozio con un tremore interno che pareva spezzarla.

Tessuti, bottoni, fettucce, quel mondo che le permetteva di vivere e di essere accettata ora veniva affidato alle pretese di una guerra. Depose sul bancone l'abito di tulle con le ultime saldature appuntando un biglietto con uno spillo. Preparò una borsa veloce, qualche capo pesante, un portagioie che conteneva i pochi ricordi e tutti i contanti che aveva in casa. I certificati che dichiaravano il suo stato. Si lavò il viso con l'acqua fredda, spazzolò i lunghi capelli color grano lavorandoli in una treccia di lato, un filo di trucco leggero: pantaloni, piumino, un berretto di lana dono di una sarta che le aveva voluto bene e insegnato il mestiere del cucito. Un ultimo sguardo allo specchio, lei sapeva cos'era e quello che avrebbe fatto. Chiuse la porta senza voltarsi indietro.

Le sirene suonavano, la notte era fonda, decine di persone si muovevano furtive come topi nell'oscurità. Quando riuscì a salire in autobus si abbandonò sul sedile. L'aria satura di cibi e alcool, parole sussurrate in una fuga costretta. La colonna procedeva lenta a passo di cammello. Mirka giocava con le frange della sciarpa, apriva e chiudeva la borsetta, si umettava le labbra senza pace. Le procedure doganali erano eterne, teneva il naso incollato al finestrino, ripetendosi a mente ciò che avrebbe detto quando sarebbe toccato il suo turno stringendo un piccolo crocefisso che portava al collo «sono la prima costumista del teatro nazionale... non abbraccerò un'arma contro un mio fratello, la guerra non è mai una soluzione... e poi il certificato lo avrebbe tenuto come ultima carta».

La stanza era piccola, senza finestre, con muri gialli scrostati. Tre militari, due giovanissimi e uno già con i capelli bianchi, l'avevano fatta accomodare in una sedia di formica sbeccata poi, davanti ai documenti, tutto era precipitato. Uno di loro con gli occhi rossi, dall'alito di vodka, le aveva sputato addosso. «Ti sei conciato così per disertare, verme?». Un altro più volte l'aveva palpeggiata deridendola e augurandole che presto qualcuno in caserma le avrebbe fatto la festa. Solo il richiamo del più anziano aveva fermato l'inizio di un incubo. A lui, con le mani che tremavano, Mirka aveva consegnato il certificato che dichiarava il suo stato. Se ne andarono chiudendo la porta a chiave, lasciandola lì, sola, al buio, mentre l'autobus che avrebbe dovuto portarla via era già lontano. Si raggomitolò in un angolo con i suoi sessanta chili di dolore, pregava, in attesa. Cercava di farsi forza, di restare vigile. Erano già passate alcune ore quando la porta si aprì, senza fare rumore, investendola di luce.

Fece appena in tempo a riconoscere i contorni del militare più anziano, prima che tornasse nero e un fascio di pila la cerchiasse. Deglutì la paura.

La sollevò per le braccia, poi portando il volto vicinissimo al suo le disse «sai nuotare?», lei fece un cenno di assenso con il capo. Le riconsegnò il suo passaporto con le carte. «Hai un'unica possibilità: dietro questo campo c'è il fiume che divide il confine, le due sponde non sono così lontane, buttati e nuota. Nuota, hai capito? Il vero pericolo è l'ipotermia, ma sei giovane puoi farcela, altri ci sono riusciti... non fermarti: è la sola speranza che hai. Per questo stato sei un disertore, per la prigione diventeresti merce ... Per me, per me - disse in un soffio - sei solo una ragazza da aiutare. Ora ti do dieci minuti per alleggerirti di tutte le cose pesanti». La fece bere, da una fiaschetta argentata, un sorso di un liquido forte. Rabbrividì ma poi sentì caldo. La strinse leggermente a sé come un padre imbarazzato che ha capito il dolore ma non vuol tradire emozioni. «L'acqua sarà denti di ferro, ma tu nuota, vai senza fermarti...». Mirka sussurrò un grazie con le lacrime che le rigavano il viso. Tornò il buio. Raccolse tutte le forze si tolse il piumino e le scarpe, in una bustina di plastica mise il telefono, i documenti, i soldi e una foto di lei piccola in costume da gitana. La chiuse per bene e con la cintura dei pantaloni l'ancorò alla vita. Baciò il crocefisso che portava al collo, pensò a quell'unico gesto appena ricevuto. Arrivò il segnale e iniziò a correre. Le sagome dei pini sembravano sentinelle funebri. Correva, correva in uno scuro gelido, quando una riga di luce tratteggiò la riva. Le sembrò un presagio buono. Accelerò le falcate buttandosi senza esitazione. Braccia, respiro, piedi. Braccia, braccia, braccia. Piedi, piedi, piedi. Pensò che il cuore si sarebbe fermato. L'acqua era coltelli, ogni millimetro del corpo era come venisse tagliato.Piano, piano, si sentì venir meno, il freddo le toglieva il fiato e le forze. Allora, per un istante si girò a dorso, mettendosi a morto, giusto un attimo per riprendersi. Fissò il cielo, pensò di lasciarsi andare, finendo così trasportata dall'acqua. Meglio della derisione, della guerra, d'imprimere sofferenza ad altri. Pensò a quell'abito di tulle lasciato sul bancone, chissà se ancora una ballerina l'avrebbe indossato? Una nuvola si spostò e uno spicchio di luna spaccò l'oscurità. Un uccello notturno lanciò un grido. Mirka si girò, braccia, braccia, braccia, braccia, braccia, braccia, finché si trovò nel fango. Strisciò un poco e, quando le mani afferrarono ciuffi di erba gelida, sfinita si abbandonò alla terra.

Odore di latte bollente e sapone, pensò di essere arrivata in paradiso. Socchiuse gli occhi lentamente sentiva le dita delle mani e dei piedi come mozzate, si trovò avvolta in una vecchia coperta con una donna burrosa, dalle mille pieghe, che la cullava... accanto un uomo barbuto, alto e curvo, ravviva un fuoco osservandole con tenerezza e sorridendole da una bocca sdentata.L'avevano lavata, medicata, vestita, senza chiederle nulla. Mirka in quell'istante sentì di essere appena nata e si lasciò al sonno tra quelle braccia.

 

Natale, 2022.